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Carlo Emanuele I di Savoia
All'incremento demografico del borgo corrispose, nei primi anni del Seicento, la ripresa del mercato cittadino, con scambi sempre più intensi coi paesi vicini. Grazie anche ad un periodo relativamente tranquillo, ci fu un significativo impulso dell'artigianato e del piccolo commercio. Lo sviluppo della vita cittadina si manifestò nella ristrutturazione del centro urbano, con particolare riguardo ai portici e alle nuove cinte murarie, eseguite dal capomastro Simone Cerutti, designato dal sovrintendente alle fortezze sabaude, conte Èrcole Negro di Sanfront, generale dell'artiglieria ed ingegnere militare, che fece testamento a Crescentino il 19 giugno 1613. Per quanto riguarda le relazioni con altri paesi, segnaliamo l'intensificarsi dei matrimoni con gli abitanti del borgo di Vische, il cui vincolo di amicizia si manifestava soprattutto nelle feste e sagre paesane. Il lento affermarsi della classe contadina stimolava la produzione agricola e parte della ricchezza veniva investita nell'acquisto di nuova terra. In questo periodo emersero alcuni grandi proprietari, che costituirono poi l'ossatura portante dell'economia crescentinese.
Ma la vita operosa fu bruscamente interrotta dall'attività bellicosa del duca Carlo Emanuele I di Savoia. La sua mente agile e irrequieta lo spinse ad imprese ardue e a vasti progetti politici. Infatti, in piena antitesi con l'immobilità degli altri principi italiani, egli si oppose alle preponderanze straniere, vigilò le sue frontiere, non si disarmò di fronte alle intimidazioni, anzi, attuò una tenace politica di aggressione per gettare le basi di uno stato unitario ed allargato, comprensivo del milanese, di Genova e del Monferrato.
Su quest'ultimo territorio vantava diritti di successione e l'occasione venne allorché il 22 dicembre 1612 morì di vaiolo a Mantova il duca Francesco Gonzaga. Poiché le trattative diplomatiche condotte dall'abate Alessandro Scaglia di Verrua non approdarono a nulla di concreto, il duca, privo di sicure alleanze e contro il parere della maggior parte dei suoi consiglieri, decise nell'aprile del 1613 un colpo di audacia, occupando, nel giro di pochi giorni, Trino, Morano, Alba, Moncalvo e Gabiano. La fulminea azione di guerra provocò, com'era prevedibile, le immediate reazioni delle corti di Mantova e di Madrid.
Il borgo di Crescentino fu utilizzato come luogo strategico per la sussistenza e per i vari collegamenti con le truppe sabaude. Data la sproporzione delle forze, le vicende della guerra non potevano essere favorevoli al duca, che fu costretto a cedere i paesi occupati. Le spese per sostenere la campagna militare furono ingentissime. Solo Crescentino dovette sborsare oltre 130 mila ducati, senza contare l'onere per i nuovi interventi alle fortificazioni e i danni di guerra subiti.
Così gli spagnoli, con una forma perentoria che non ammetteva replica, gli ordinarono il disarmo generale. Dinanzi ad una siffatta intimidazione, egli restituì alla Spagna il collare del Toson d'Oro e si preparò per una nuova offensiva. Nell'autunno del 1614, l'Hinoiosa, governatore spagnolo di Milano, con oltre 25 mila soldati, passò il Sesia a Villata, occupò Caresana e Motta dei Conti, indi spinse alcuni reparti contro Crescentino senza riuscire ad occuparla, anche perché il duca giunse velocemente, collegando Verrua con un ponte di barche, onde poter raggiungere al più presto Asti minacciata dall'Hinoiosa.
Le continue imposizioni fiscali, la necessità sempre più urgente di reperire farina di frumento per le truppe, determinò una grave crisi economica, accompagnata da una forte svalutazione monetaria. A Crescentino, dopo molti appelli inascoltati, il 21 novembre 1615 il comune inviò un drammatico rapporto al duca, in cui denunciava la profonda miseria che aveva causato la mortalità di gran parte della popolazione, tanto che persin i soldati posti a presidio del borgo ne subivano i riflessi per la mancanza di sussistenza. Gli espedienti momentanei della politica sabauda non valsero a risollevare le sorti del paese, anzi, pochi mesi dopo, il duca, attraverso un proclama affisso davanti a tutte le chiese, informava della ripresa delle ostilità contro la Spagna, per difendere l'antica libertà. Malgrado due trattati di pace stipulati ad Asti, la guerra divampò rapidamente nel vercellese. Dopo alcuni aspri combattimenti svoltisi presso l'abbazia di Lucedio, l'esercito spagnolo mosse contemporaneamente su San Germano e Crescentino. Il tentativo di occupare questi paesi era finalizzato ad isolare il duca, tagliandogli la strada per Torino e per Asti. Ma Carlo Emanuele da Asigliano cercò di impedire che il nemico si impadronisse di Crescentino e, con una marcia forzata, riuscì a raggiungere il borgo, mentre San Germano cadeva per mano di un traditore.
Il governatore di Milano, al quale interessava conseguire qualche successo militare importante per la corte di Madrid, nel consiglio di guerra sostenne la necessità di assediare Crescentino ed il forte di Verrua.
Invece, il 24 maggio 1617 attaccò Vercelli, difesa dalle scarse forze di Manfredo Scaglia, marchese di Caluso e figlio del conte di Verrua. La città, dopo una resistenza di 64 giorni si arrese e fu poi restituita a Carlo Emanuele I il 15 giugno 1618, quando si verificarono le condizioni per una tregua, mentre a Milano giungeva il duca di Feria, quale nuovo governatore.
Le ultime guerre combattute da Carlo Emanuele I che videro Crescentino teatro delle contese, riguardano l'assedio di Verrua, posto dagli spagnoli nel 1625. Il lungo conflitto si innestava nel gioco delle grandi competizioni europee, in quanto la politica sabauda, sostenuta prima da Venezia e poi dalla Francia, intervenne contro la Spagna e l'Austria che avevano occupato la Valtellina cattolica, allora incorporata nel cantone dei Grigioni, per proteggerla dall'azione punitiva dei protestanti svizzeri. Dall'altro versante, il duca aveva aperto un fronte su Genova attraverso il Monferrato, provocando l'intervento diretto dell'esercito spagnolo, che, dopo qualche esitazione se assediare Vercelli o Crescentino, oppure se marciare verso il chierese sulla sponda destra del Po, attaccò la fortezza di Verrua, strategicamente importante e scarsamente fortificata.
Per la difesa del castello il duca si stabilì col grosso del suo esercito sulla pianura di Crescentino, nella regione detta Roncole, all'inizio della strada per la frazione Mezzi da Po, ove si collegò con le truppe francesi, comandate dal maresciallo di Crequi, raggiungendo una consistenza di circa 10 mila uomini. Qui fece costruire un fortino tenagliato e con delle chiatte galleggianti si collegò al basso forte terrapienato, ai piedi della rocca, indi stabilì un collegamento con la strada e ponte del Soccorso, onde far giungere viveri e munizioni nell'interno della fortezza.
L'esercito spagnolo, forte di 20 mila soldati, 5 mila cavalli e 20 cannoni, raggiunse Verrua l'8 agosto e si dislocò nella collina fra le frazioni di Carbignano e Cascine, pensando di espugnare il castello nel giro di breve tempo. Ma durante i giorni che precedettero la marcia degli spagnoli da Asti verso Verrua, il duca era riuscito a far entrare nel castello circa un migliaio di soldati al comando del Saint Réran, designato come governatore, il quale con grande rapidità fece scavare dei grossi trinceroni fuori dalla cinta muraria, riadattò i vecchi rivellini e fece collocare l'artiglieria nelle alture strategicamente più importanti, per contrastare le soverchianti forze nemiche. .
Assai interessanti sono le lettere che il duca scrisse dal campo di Crescentino al re di Francia, per informarlo sull'andamento delle operazioni militari. Fu durante questo lungo assedio che Carlo Emanuele presenziava alla Santa Messa nella confraternita di San Michele, posta nella contrada dei Bastioni. Il connestabile di Francia, maresciallo di Lesdiguières, ritenendo imminente l'arrivo di rinforzi spagnoli, invitò il duca a reclutare quanti più soldati possibile per resistere all'assedio. Il 4 novembre Carlo Emanuele giunse a Crescentino con altri 2 mila uomini e settecento cavalli, portandosi a Verrua attraverso il ponte di barche.
Le perdite di alcune postazioni spagnole nella collina verso Moncestino non furono più riconquistate per la forte pressione delle truppe francesi a presidio del ponte. Il duca di Feria e il suo consigliere, don Gonzales di Cordova, pian piano indietreggiarono trasferendo l'artiglieria pesante a Pontestura. Nella notte tra il 17 e 18 novembre, dopo tre mesi di vani assalti, gli spagnoli abbandonarono il campo in gran disordine, suscitando l'ilarità di Pasqualin da Mazorbo, soldato nel presidio, che scrisse d'averli visti fuggire come tanti matti con le loro bandiere nel sacco. Oltre alla perdita di circa 12 mila uomini, incalcolabili furono i danni finanziari e morali subiti dalla Spagna. Da parte sabauda e francese le perdite, stimate approssimativamente, furono di circa 8 mila uomini.
Dall'analisi dei documenti del periodo che va dal 1613 al 1625 la popolazione crescentinese risulta pressoché dimezzata, il piccolo commercio paralizzato e l'agricoltura ridotta quasi a nulla, a causa dell'impossibilità di preparare i terreni e del continuo passaggio di truppe. Dal sopralluogo ordinato dal comune alla fine dell'assedio, risulta che tutte le case delle frazioni circostanti, da Cerrone a Santa Maria, erano state devastate e scoperchiate per asportare i legnami indispensabili per collocare delle chiatte galleggianti sul fiume Po, nonché per costruire delle baracche per i soldati. La fascia costiera a sinistra del Po per lungo tempo venne inibita alle colture, riducendo alla miseria quelle piccole comunità che vivevano di caccia e pesca. Le leggi restrittive sull'edilizia urbana, inoltre, costituirono l'ostacolo principale all'alienazione di beni immobili ai forestieri, impedendo in questo modo una possibile immigrazione per integrare il tessuto urbano, fino a quando il senato ducale, sollecitato dal comune di Crescentino, emise un provvedimento correttivo, esentando inoltre la popolazione da ogni tassa per dieci anni.
Nonostante questi provvedimenti, la sproporzione fra le grandi ambizioni del duca di Savoia e l'esiguità delle risorse umane, materiali ed economiche su cui poteva contare, soprattutto durante l'assedio di Verrua, determinarono una grave crisi nel borgo, il quale, dalla sfavorevole situazione si riprese con molta fatica, come risulta dai registri dei conti del comune negli anni che seguirono. Le difficoltà maggiori rimanevano nelle campagne devastate ed inselvatichite; villaggi interi erano rimasti vuoti per la mortalità totale degli abitanti e lo stesso consiglio comunale sospese le riunioni per parecchio tempo a causa della scomparsa dei capi famiglia più rappresentativi.
Anche se non possiamo prendere alla lettera i documenti dell'epoca che ci presentano il paese come ridotto ad un insieme di lande deserte, certamente il perdurare dell'occupazione militare nei primi decenni del Seicento non solo aveva paralizzato l'economia, ridotto il mercato cittadino e diminuito il consumo per effetto della miseria generale e del grande spopolamento, ma aveva provocato l'arresto dell'amministrazione comunale nelle opere pubbliche essenziali, come la canalizzazione e regimazione delle acque, la manutenzione delle strade, vanificando quella tenace attività di bonifica che aveva assicurato la prosperità agli inizi del secolo. I tentativi di ristabilizzazione dell'economia in Crescentino diedero qualche frutto solo dopo il 1630, sotto il governo di Vittorio Amedeo I, il quale fu costretto a firmare l'anno successivo l'umiliante trattato di Cherasco. Con questo atto dovette rinun-ziare ogni pretesa sul Monferrato e subire l'occupazione di Pinerolo da parte della Francia che controllava anche la fortezza di Casale. Cominciò così il periodo della preponderanza francese in Piemonte, a cui si aggiunsero anche le conseguenze negative di due reggenze femminili. La prima fu durante l'età minorile del duca Carlo Emanuele II (1638-1675), posto sotto la tutela della madre Cristina, che per essere stata sorella di Luigi XIII venne detta Madama Reale. Questi anni furono aggravati anche dal fatto che i cognati di Cristina, il cardinale Maurizio e il principe Tommaso, essendo stati esclusi dal Consiglio della Reggenza.si misero in aperta ribellione. Non appena la reggente rinnovò la lega difensiva-offensiva con la Francia il 3 giugno 1638, il governatore spagnolo Leganes si diresse ad assediare Vercelli. Così i francesi, il 26 giugno, col pretesto di portare soccorso a quella città, occuparono Crescentino, depredarono la popolazione, facendo razzia degli arredi sacri nelle chiese. Ancora nell'anno successivo alcuni reparti spagnoli assalirono Crescentino e Verrua mettendole a sacco. I danni di questa prima reggenza furono attenuati quando raggiunse la maggiore età Carlo Emanuele II, che, pur senza potersi liberare dall'influenza francese, curò l'amministrazione, riordinò la finanza e promosse lo sviluppo edilizio. Ma fu al figlio Vittorio Amedeo II che toccò la sventura di chiudere questo nefasto periodo d'invadenza francese e di riportare il Piemonte fra i protagonisti della storia europea.
Tuttavia, l'emancipazione dello stato sabaudo si realizzò solo dopo la seconda reggenza, tenuta da un'altra principessa francese, Maria Giovanna di Nemours. D'altra parte la riscossa savoiarda non poteva avvenire che in sincronismo con la reazione europea contro Luigi XIV.
Nei primi tempi del suo regno, Vittorio Amedeo II mantenne una politica in linea con quella della Francia. Quando però crebbe il pericolo di restare soffocato dalla soverchia presenza di soldati francesi in Piemonte, che avevano occupato Casale ed avevano imposto la consegna di alcuni forti, tra cui Verrua, decise di aderire alla lega Augusta, costituitasi per contrastare l'egemonia del re di Francia. Così la guerra funestò nuovamente i nostri paesi. Vittorio Amedeo II, sconfitto dal maresciallo Catinat, presso l'abbazia di Staffarda, fu costretto alla resa. Ma col successivo trattato di Ruswick del 1697, ottenne la restituzione di Pinerolo e lo sgombero delle truppe francesi dal Piemonte. Tale pace separata assicurava al duca di Savoia anche il ritorno di Casale sotto Mantova.
Com'è noto, con la morte di Carlo II, ultimo erede della dinastia asburgese di Spagna e l'accettazione del suo testamento da parte del re di Francia, il quale si era affrettato ad insediare sul trono spagnolo il nipote Filippo V scoppiò un generale conflitto, meglio conosciuto come guerra di successione spagnola. Alle prime schermaglie diplomatiche, Vittorio Amedeo II passò dalla parte austriaca, provocando un'azione punitiva di Luigi XIV Ma essa fu infranta dall'ostinata quanto inattesa resistenza della fortezza di Verrua.
Il duca di Vendòme, designato dal re di Francia quale comandante della campagna in Piemonte, era - secondo i biografi - un generale molto fiducioso in se stesso, ma valoroso e sagace. In un suo scritto del 12 ottobre 1703 si dimostrava sicuro di concludere la guerra con successo e, dopo la caduta di Vercelli e Verrua, avrebbe marciato rapidamente su Torino. La lentezza delle operazioni consentì tuttavia a Vittorio Amedeo II di allestire un esercito di 18 mila uomini e di sollecitare l'arrivo del contingente imperiale di altri 14 mila soldati, comandati dal conte di Starhemberg, che si trovava nei pressi di Parma. Mentre il Vendòme con 27 mila uomini e 9 mila cavalli attendeva invano altri rinforzi nei pressi di Casale, le truppe sabaudo-imperiali vennero dislocate lungo il Sesia, a Trino e tra la Dora Baltea e il Po, nei pressi di Crescentino.
In seguito a tale spiegamento di forze, notava il Venderne, non era prudente avanzare verso Torino lasciando dietro il duca di Savoia a Cresccntina con le sue truppe. Nella primavera del 1704 l'esercito francese occupò Vercelli e Trino, cosicché il duca fu costretto a rafforzare lo sbarramento da Verrua a Crescentino. Il 14 ottobre, dopo aver raggiunto i più importanti punti strategici del Piemonte, il Vendòme pose l'assedio alla fortezza di Verrua, ultimo ostacolo prima di assediare la capitale, ritenendo che con la caduta di questo baluardo il duca di Savoia sarebbe sceso sicuramente a trattative. Ai primi di novembre, dopo sanguinosi scontri, il Vendòme decise un assalto simultaneo contro tutto il complesso fortificativo che digradava dal Fort Royal di Carbignano, mentre altri battaglioni da Trino dovevano guadare il Po per assalire di sorpresa Crescentino. Ma il duca di Savoia informato da alcuni disertori delle mosse del Vendòme, abbandonò il campo di Carbignano, facendo saltare le fortificazioni, per poter meglio difendere Crescentino. Resa impossibile tale operazione ed indispettito dall'accanita resistenza del castello, che dopo quattro mesi d'assedio non era ancora capitolato, il Vendòme riuscì ad isolare Crescentino da Verrua, dietro consiglio dell'ingegnere militare Antonio Laparà, inviato appositamente da Luigi XIV La sera del 13 marzo giungerà a Verrua l'ultima bomba vuota detta corriera, sparata dal campo alleato di Crescentino, con le istruzioni al comandante militare colonnello De Fresen, che aveva sostituito il De la Roche d'Allery, ferito. Il 9 aprile 1705 Verrua, senza più viveri, si arrendeva con l'onore delle armi, ma la sua resistenza consentì la difesa di Torino e l'arrivo delle truppe imperiali del principe Eugenio di Savoia alle spalle del nemico, vanificando l'assedio francese alla città. Con la caduta di Verrua, Vittorio Amedeo II tolse il campo di Crescentino, portandosi prima a Castagneto Po e poi a Torino, così tutto il territorio circostante rimase alla mercé del Venderne, che devastò i raccolti ed infierì sui malcapitati contadini, lasciando alcuni presidi prima al comando del Conoch e poi del La Valette che, attraverso il commissario di guerra Demurat, taglieggiarono anche i vicini paesi di San Genuario, Lamporo e Fontanetto, fino alla loro partenza per la Francia attraverso il piccolo San Bernardo.
Dopo i trattati conclusivi della guerra, i crescentinesi rinnovarono la loro fedeltà al ducato sabaudo con formale atto del 24 luglio del 1715, ma le condizioni di vita e di lavoro di una notevole parte della popolazione avevano subito un duro contraccolpo per le pesanti imposizioni fiscali. Dalle fonti documentarie ed in particolar modo dai catasti, riformati proprio in quel periodo, risulta abbastanza chiaramente che la crisi demografica non fu così accentuata come abbiamo visto durante le guerre del Seicento. Ciò favorì la stabilizzazione della manodopera agricola e rafforzò la diffusione dei contratti di affitto e di mezzadria, mantenendo pressoché inalterata la concentrazione di alcuni grandi territori in mano alla vecchia borghesia, rappresentata soprattutto da notai ed avvocati, che costituì la vera classe socialmente elevata del borgo. Tale nuova vitalità produsse l'intensificazione del lavoro agricolo, del piccolo commercio e dell'edilizia. Risalgono a questo periodo, infatti, la trasformazione di alcune attività artigianali in piccole industrie, come la lavorazione del ferro nella cascina Frera, che era situata nelle vicinanze dell'odierna villa Tournon, la realizzazione di varie botteghe con attività finalizzate soprattutto all'agricoltura, la formazione di cantieri di mastri da muro, che operarono largamente alla ricostruzione dei vecchi palazzi signorili e delle chiese, fra le quali quella detta della Risurrezione nel cimitero vecchio, quella della borgata di Santa Maria, dedicata alla SS. Annunziata, le confraternite di San Bernardino, San Michele ed il santuario della Madonna del Palazzo.


Per gentile concessione dell LIBRERIA MONGIANO EDITRICE
Tratto dal libro "Crescentino nella storia e nell'arte"



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